venerdì 13 luglio 2018

Renegades: la maledizione e la favola

Un uomo solo al comando, una favola e una maledizione che perseguita i giocatori dell'Arsenal durante il ritiro dell'Inghilterra alla vigilia delle notti magiche di Italia 90.


Un pesce d'aprile, non potevano esserci altre spiegazioni. Se non si fossero trovati a maggio inoltrato i sudditi di Sua Maestà non avrebbero potuto vederci che il più classico degli April fool. Il 21 maggio, dalla riserva naturale di Burnham Beeches, dove era stato organizzato il ritiro pre-Mondiale, il CT Robson annuncia la lista dei convocati e dà finalmente corpo a quella che fino a quel momento era apparsa ai più come una recondita fantasia: Steve Bull avrebbe preso parte alla spedizione in partenza per gli imminenti Mondiali in Italia. Una favola alla Schillaci la sua ma che per la sua forte provincialità ricorda più fenomeni locali come Lucarelli o Zampagna: nativo di Tipton, la sua carriera è racchiusa tutta nelle West Midlands dove muove i primi passi tra i professionisti con il West Bromwich Albion prima di essere ceduto frettolosamente ai rivali del Wolverhampton. Nei suoi primi tre anni al Molineux Stadium "Tipton Skin", così chiamato per l'allora inconsueto taglio rasato, costruisce buona parte della leggenda che ancora lo circonda da quelle parti mettendo a segno più di 100 reti tra campionato e coppe. Numeri che fanno rumore e che giungono fino all'orecchio del CT Robson, anche se provenienti dal seminterrato della terza divisione. Sì, perché quando nel maggio del 1989 Robson decide di convocarlo per un triangolare di fine stagione contro Scozia e Cile, Bull è ancora un giocatore di Third Division, seppur fresco di promozione con i Wolves. Risparmiato contro il Cile, nell'incontro con la Scozia Bull fa il suo ingresso in campo sostituendo lo zoppicante Fashanu. Quel giorno Bull entra nel ristretto novero dei giocatori ad aver vestito la maglia della Nazionale pur non giocando nelle prime due divisioni del calcio inglese, avvenimento mai più ripetutosi da allora. Nella ripresa la marcatura leggera dello scozzese McLeish offre all'idolo del Molineux la sua prima occasione da goal. Dopo un bel controllo di petto la sua conclusione finisce alla sinistra di Leighton. L'appuntamento con la storia però è solo rinviato. È  l'82' quando un'azione simile a quella precedente mette nuovamente Bull di fronte a Leighton. Questa volta la distanza è ravvicinata e il destro di Bull non lascia scampo al portiere. Gioia e incredulità si mescolano nella reazione dell'attaccante dei Wolves che si inginocchia mentre Gascoigne accorre per festeggiarlo. Dodici mesi dopo, contro la Danimarca, "Bully" si alza nuovamente dalla panchina, si scalda e prende il posto di Gary Lineker nella partita che convince una volta per tutte Bobby Robson della folle idea che aveva coltivato nei mesi precedenti. Alan Smith, che solo un anno prima si era laureato capocannoniere (di prima divisione questa volta) trascinando l'Arsenal alla vittoria del campionato sarebbe rimasto a casa a rosicare, sacrificato sull'altare del romanticismo.

Gazza & Bully.

Mentre Bull vive la sua favola, in una delle stanze dell'albergo dov'è alloggiata la squadra un uomo trattiene a stento le lacrime. I drammatici momenti che seguono l'esclusione di David Rocastle ci sono raccontanti dal suo compagno di stanza, il centrocampista del QPR Paul Parker, che nella sua autobiografia ricorda quegli istanti come i più duri della sua carriera. Rocastle, reduce come Smith da una stagione poco brillante con l'Arsenal, negli ultimi due anni si era comunque costruito una posizione stabile nel centrocampo di Robson, partecipando a quasi tutta la campagna di qualificazione, chiusa agevolmente senza sconfitte. Complice un ginocchio che lo tormenterà per il resto della carriera, le amichevoli pre-Mondiale lo vedono perdere posizioni prima che Robson gli conceda i venti minuti finali dell'amichevole con la Danimarca. Ritroverà la Nazionale un anno e mezzo dopo, sotto la gestione di Graham Taylor, prima che anche quest'ultimo gli tolga la soddisfazione di difendere i colori dell'Inghilterra in una grande manifestazione. Rimasto fuori anche dalla lista dei convocati per l'Europeo 92, la storia di Rocastle con la Nazionale si conclude lì, prima che un'altra grande delusione assesti il colpo definitivo alla sua breve carriera. Mister George Graham lo convoca nel suo ufficio. A fine allenamento i compagni scherzano, lasciando trasparire anche un briciolo di invidia per il rapporto privilegiato che lega David all'allenatore. Negli ultimi dieci anni, da quando cioè è approdato ad Highbury, Rocastle ha imparato a consocere tutto di quella stanza. Una strana ombra però colora le pareti quel giorno, un'ombra familiare, la stessa proiettata due anni prima dall'ingombrante sagoma di Bobby Robson allorché si presentò sulla soglia della porta di quella stanza d'albergo a Burnham Beeches. Alla fine della conversazione anche le lacrime sono le stesse. Sono le lacrime del tradimento, che per la seconda volta lascia il segno sulla pelle di Rocastle. George Graham, il maestro che per primo credette in quello sconosciuto ragazzino di South London,  gli comunica che adesso, dopo dieci anni di onorato servizio, è ora di fare le valigie. Non è più indispensabile Rocastle, ormai diventato più un grattacapo che altro con quel ginocchio malandato. Il Leeds lo aspetta per il ritiro estivo mentre nel suo cuore si fa notte. Manchester City, Chelsea, dove l'ex compagno di Nazionale Glenn Hoddle lo chiama convinto che dal buio che aveva dentro David potesse ancora portare la luce sul campo, Norwich, qualche partita in Malesia, il precoce ritiro, la malattia, la morte: sono le tappe di una vita conclusa a soli 34 anni, al termine di una carriera dove alba e tramonto si confondono fino a coincidere in un giorno di maggio, in una stanza d'hotel, alla vigilia di un Mondiale di calcio.

Coach Bobby Robson e i suoi ragazzi. Da sinistra: Rocastle, Beasant, Dorigo e Beardsley

Compagno di Rocastle, Tony Adams è il capitano della banda di ragazzi terribili che a metà anni Ottanta, Don Howe prima e Geroge Graham poi, gettano nella mischia appena maggiorenni e che nel 1989 aveva regalato all'Arsenal il primo titolo dopo quasi vent'anni. David Rocastle, Martin Hayes, Perry Groves, Niall Quinn, Michael Thomas, sono nomi su cui molti sono pronti a scommettere ma è su Tony Adams che si concentrano le speranze dei tifosi Gunners e non solo. Appena ventenne, Robson lo convoca per un'amichevole contro la Spagna dove Adams lascia subito il segno passando alla storia come il primo giocatore nato dopo l'impresa del 1966 a vestire la maglia della Nazionale. L'infortunio che alla fine del 1987 pone fine alla stagione di Terry Butcher spalanca le porte della difesa della Nazionale al giovane Adams che, a soli 21 anni, intravede la possibilità di giocare il successivo Europeo da titolare. Quella possibilità diventa certezza il pomeriggio del 12 giugno 1988, quando Tony Adams esce dallo spogliatoio e si incammina verso il tunnel che porta al terreno di gioco del Neckarstadion di Stoccarda. Indossa la maglia numero 6, sei come i minuti che bastano perché il sogno si trasformi in incubo: una palla alta piomba all'improvviso in area di rigore, il suo compagno di reparto e di bevute all'Arsenal Kenny Sansom rinvia maldestramente e serve Aldridge che, in netto anticipo su Adams, offre a Ray Houghton un pallone che chiede solo di essere schiacciato in rete. Jackie Charlton fa suo il derby delle isole britanniche e costringe i suoi connazionali a giocarsi le residue chance di qualificazione con l'Olanda.

Van Basten cancella il numero 6 Tony Adams.
Quattro giorni dopo Tony Adams è chiamato alla partita più importante della sua vita e i suoi avversari si chiamano Marco Van Basten e Ruud Gullit. L'Inghilterra inizia bene con due pali colpiti in apertura, quando però le due squadre aspettano solo di scendere negli spogliatoi per l'intervallo ecco che Gullit fa partire un esterno destro delizioso con cui pesca Van Basten in area, a contrastarlo il solo Adams. Il capitano dell'Arsenal sembra avere i piedi nell'argilla mentre davanti a lui il "Cigno" pattina sul ghiaccio: spalle alla porta, l'attaccante olandese disegna con il piede destro un 180° che lascia di sasso Adams prima di spostarsi la palla sul sinistro e battere Shilton. Il goal di Bryan Robson all'inizio della ripresa tiene vive per un altro quarto d'ora le speranze di qualificazione. È il 71' e Tony Adams guarda ripetutamente alla sua sinistra, dove forse, in cuor suo, si augura di vedere materializzarsi David O'Leary, suo compagno all'Arsenal, con cui negli anni ha messo a punto la proverbiale trappola del fuorigioco di George Graham, quella del braccio alzato, proprio quella che gli spogliarellisti di Full Monty prendono a ispirazione per uno dei loro numeri. Gli occhi di Adams però non incrociano lo sguardo complice di O'Leary, trovano invece il difensore del Derby County Mark Wright che, manco a dirlo, è fuori linea e tiene in gioco Gullit e Van Basten. Resosi conto dell'imminente disastro, Adams lascia la posizione lanciandosi sul pallone sporco che Wouters serve a Gullit. Lo manca. Non gli rimane che alzare il braccio nel disperato tentativo di chiamare un fuorigioco che non c'è prima che Van Basten segni la rete del 2-1. Quattro minuti dopo è ancora Van Basten a chiudere i conti, sfruttando il metro scarso concessogli a seguito di un calcio d'angolo e completando la tripletta che in un certo senso pregiudicherà la convocazione stessa di Adams ai successivi Mondiali. L'inutile goal con cui il capitano dell'Arsenal trova il momentaneo pareggio nella partita finale contro l'URSS, persa poi 3-1, non cancellerà gli errori della partita precedente, consegnando Adams al ruolo di capro espiatorio del disastroso Europeo tedesco e incrinando i rapporti con il CT Robson.

Tony Adams il suo Mondiale se lo gioca così.
Mentre l'Arsenal veleggia verso il titolo, in Nazionale Adams ha un ruolo sempre più marginale. Durante la campagna di qualificazione per Italia 90 gioca solo una volta, collezionando solo qualche presenza con la Nazionale B. Si guadagna comunque la pre-selezione e a quel punto sono in molti ad aspettarsi il lieto fine. Il 6 maggio 1990, al termine di un barbecue tra amici, Tony Adams sale sulla sua Ford Sierra. È sulla strada di casa e in corpo ha una quantità di alcol quattro volte superiore a quella consentita. Quando la polizia accorre sul luogo dell'incidente trova la parte anteriore dell'auto completamente distrutta. Quindici giorni dopo il verdetto: Adams è fuori ma «in tre o quattro anni potrebbe diventare il prossimo capitano della Nazionale», così il CT Robson cerca di indorare la pillola al suo giovane difensore che a dicembre verrà condannato a quattro mesi di carcere per l'incidente del maggio precedente e che deve subire lo smacco di essere sostituito da Mark Wright, proprio colui che due anni prima lo affiancò nella sfortunata gara con l'Olanda.

Robson nel frattempo cede alla pressione mediatica che da mesi batte sulla sua presunta infedeltà coniugale. Prima della partenza per l'Italia annuncia le dimissioni: ad aspettarlo dopo il Mondiale c'è un contratto da 250.000 sterline all'anno con il PSV Eindhoven e una stampa molto meno invadente.  Tra i suoi selezionati figurano ben quattro giocatori dei Glasgow Rangers, la squadra più rappresentata, che sotto la guida di Graeme Souness ha fatto incetta di giocatori inglesi a caccia di lauti compensi e interessati ad aggirare il bando europeo imposto dall'UEFA alle squadre inglesi dopo la finale dell'Heysel. Nutrita anche la schiera di giocatori del Liverpool, la squadra più titolata degli anni Ottanta, e del sorprendente Nottingham Forest, vincitore della Coppa di Lega, entrambe con tre elementi ciascuna. Manchester United, Tottenham e Derby County contribuiscono invece con due giocatori. Dell'Arsenal, che al pari dei Rangers contava quattro giocatori all'inizio del ritiro, rimane il solo David Seaman.

Terzo portiere dietro a Chris Woods e al veterano Shilton, del quale più di qualcuno ha chiesto l'esclusione dopo la sconfitta in amichevole con l'Uruguay di Tabarez, Seaman è gunner da meno di un mese. Acquistato dal QPR per il prezzo record di 1,3 milioni di sterline nell'allora finestra di mercato primaverile, al suo arrivo in Sardegna Seaman forse pensa di essere immune della maledizione che sembra aver colpito i giocatori dell'Arsenal alla vigilia del Mondiale. Il torneo è già iniziato quando Robson decide di concedere a stampa e tifosi l'accesso all'allenamento. Al riparo da ogni responsabilità, niente sembra poter turbare la vacanza di Seaman. Il clima è rilassato, fin troppo, e Robson riprende apertamente Paul Parker per il presunto scarso impegno. Colto da rabbia improvvisa per essere indicato come unico responsabile dall'allenatore, l'esterno del QPR colpisce il primo pallone che gli capita a tiro: «non ho mai colpito il pallone così bene in vita mia. Viaggiava veolcemente in direzione di David Seaman, che non stava guardando. Il primo rumore che udimmo fu il grido di dolore del portiere, subito circondato dai medici che si scambiavano sguardi preoccupati». Ci vuole poco per capire che il pollice si è rotto e che la maledizione dell'Arsenal ha raggiunto Seaman anche nel ritiro di Cagliari. La federazione inglese ovvierà all'inconveniente ottenendo un permesso di sostituzione dalla FIFA che regalerà al portiere del Chelsea Dave Beasant un inatteso ripescaggio.

Relax in ritiro: a sinistra David Seaman (foto di Giacomo Malvermi).

Si arriva finalmente a giugno, al termine di un mese che al sottoscritto è sembrato un anno, iniziato al fresco di Burnham Beeches e concluso al caldo della Sardegna. Sfiduciati, ma con la solita inconfessabile speranza, gli inglesi si apprestano a vivere le notti magiche che coloreranno i loro ricordi per i successivi trent'anni. Gazza ride e scherza, per il momento, Rocastle e Seaman piangono, Adams riempie il suo boccale di birra e Steve Bull segna contro la Tunisia nell'ultima amichevole prima dell'esordio Mondiale... ma questa è un'altra storia.

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domenica 12 febbraio 2017

Il miracolo di Wembley

12 febbraio 1997. Sono passati esattamente vent'anni da quella sera. Il successo cinematografico de Il Ciclone aveva illuso un intero popolo che Leonardo Pieraccioni potesse essere divertente, Born Slippy degli Underworld non aveva ancora finito di martellarci in testa, mentre gli incentivi FIAT promettevano «3 milioni per un usato che vale 0». Dieci giorni dopo i Jalisse vinceranno Sanremo. Un Paese praticamente allo sbando che, come spesso capita, trova nel calcio l'anestetico capace di mettere a tacere, almeno per una notte, le pene di una vita intera.  Mettetevi comodi e sintonizzatevi su TMC, canale numero 7 del vostro televisore a tubo catodico. A Wembley sta per cominciare l'incontro dell'anno.
 

Per apprezzare appieno il racconto di quella serata di vent'anni fa occorre partire da un po' più indietro, dall'estate precedente almeno, dal prato del Montjuic di Barcellona, dove Cesare Maldini conquista con la sua Under il terzo titolo europeo consecutivo. I vertici della FIGC, la stampa, l'opinione pubblica acclamano quell'anziano maestro di calcio che solo qualche anno prima veniva accolto con scetticismo da un popolo che allora aveva orecchie solo per il nuovo verbo "sacchiano".

Alla fine del 1996 la situazione è capovolta, chi come me era un bambino negli anni Novanta forse ricorderà i ritornelli che invitavano Sacchi a prendere esempio dall’Italia di Maldini, che facevano notare come ormai l’appuntamento da non perdere fosse quello del martedì sera, con l’Under 21 a fare da scoppiettante preludio ora a quella vittoria sofferta con la Lituania, ora a quella prestazione da dimenticare con la Croazia di turno. Il 6 novembre, all'improbabile orario di pranzo di un mercoledì di lavoro si consuma l'ultimo atto dell'esperienza di Sacchi sulla panchina della Nazionale. La sconfitta per 2-1 contro la neonata Bosnia è il “rompete le righe” che tutti aspettavano. Sacchi è già promesso al Milan, chiamato a salvare una stagione iniziata male e che finirà peggio, mentre giornalisti e tifosi non aspettano altro di vedere Cesare Maldini liberare i talenti "azzurri" dalle gabbie tattiche in cui il “Mago di Fusignano” li ha per troppo tempo tenuti rinchiusi.

La fiducia che Cesarone si è guadagnato all’indomani della prima uscita amichevole contro l’Irlanda del Nord diventa rapidamente aperto ottimismo la sera del 12 febbraio 1997 a Wembley. Italia e Inghilterra arrivano allo scontro diretto nelle qualificazioni per i Mondiali di Francia a punteggio pieno e Vittorio Cecchi Gori siede sulla tribuna d’onore, tronfio di compiacimento per aver strappato i diritti di trasmissione dell’incontro clou del girone a mamma RAI. «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa…» la grafica scandisce a mo’ di karaoke l’inno di Mameli in un periodo in cui, ricorderete, era in pieno svolgimento la polemica sullo scarso patriottismo dei nostri calciatori che, lungi dai canti a squarciagola a cui ci hanno abituato negli ultimi anni, allora si limitavano a impercettibili movimenti delle labbra. God save the Queen invece è la solita pelle d’oca, con il silenzio dell’orchestra ad amplificare l’ululato di Wembley.
Parterre des rois per la serata di TMC.
È il momento delle formazioni: se la numerazione dall’uno all’undici oggi può apparire romatica, al limite dell’anacronistico è il libero che Cesare Maldini schiera davanti a Peruzzi in barba ai dettami del calcio totale professato da Sacchi. Memore dei suoi trascorsi da giocatore e da vice di Bearzot, Cesare Maldini si presenta con Costacurta a copertura dei centrali Ferrara e Cannavaro, alla sua prima da titolare. Il signor Sandor Puhl fischia l’inizio e gli uomini di Glenn Hoddle non ci mettono molto a prendere il sopravvento. Beckham e Le Saux spingono parecchio sulle fasce, costringendo Di Livio e Maldini ad arretrare. I pochi sussulti “azzurri” arrivano da contropiede, tanto per cambiare. Al 19′, mentre Massimo Caputi ricorda come l’ultima, e fino ad allora unica, affermazione dell’Italia a Wembley risalga al goal di Capello del 1973, Costacurta fa quello che oggi ci aspetteremmo da Bonucci: un lancio da metà campo con il contagiri, perfettamente ammaestrato da Gianfranco Zola, lesto a infilarsi nello spazio lasciato libero da Campbell e Pearce. Il tempo di tre rimbalzi e il "Tamburino Sardo" diventa "Magic Box". Zola fa partire un destro sul primo palo che fulmina il portiere Walker e fa esplodere gli italiani presenti. Giacomo Bulgarelli si affretta a battezzare il goal come «straordinario» per via del controllo al volo, Vialli, fresco esperto di calcio inglese invitato per l’occasione, si concentra sulla difficoltà di centrare uno specchio di porta così ristretto, Roberto Mancini, chiamato a completare la serata-evento di TMC, è più stringato: «ha fatto un grandissimo goal.»


L’Italia prende fiducia, alza il baricentro e pochi minuti dopo Zola trova un tiro al volo da fuori area che impegna Walker. Improvvisamente Vialli, alla guida della spedizione italiana da poco sbarcata a Stamford Bridge, fa uscire l’istrione che è in lui: «notavo che sia Zola che Di Matteo sembrano molto migliorati dagli ultimi mesi a questa parte». Risatine. Alla mezz’ora Maldini, Paolo, intercetta un passaggio di David Batty, scarta Gary Neville accorso in scivolata, va sul fondo e mette in mezzo. Ince respinge, la palla torna tra i suoi piedi, azzecca un pallonetto che lo mette faccia a faccia con Walker, prova a servire in mezzo con un tocco di suola, ma arriva Pearce che libera. Maldini, Cesare, si dispera.


Sul finire del primo tempo manca poco che una marcatura non troppo stringente di Cannavaro e un’uscita sbagliata di Peruzzi concedano allo spento Le Tissier il pareggio. Dalla panchina il nostro nuovo CT, alla prima uscita ufficiale, urla e si sbraccia nonostante il vantaggio e ne ha ben donde da quando la sua squadra è tornata ad abbassarsi troppo e a subire un’Inghilterra che vive soprattutto delle fiammate di Beckham.

Il secondo tempo inizia com’era finito il primo, complice anche il vantaggio, è l’Inghilterra a mantenere l’iniziativa. L’incantesimo dell’Italia bella e arrembante è durato 10 minuti. Di fronte alla pressione inglese che apre invitanti spazi per i nostri attaccanti, Mancini rompe la timidezza e suggerisce l’ingresso di Chiesa. Nel frattempo in campo due giocatori non smettono di rincorrersi. Quei movimenti ci dicono qualcosa, ci sembrano financo familiari. Dove va McManaman va Dino Baggio. Sempre, ovunque. Una marcatura personale che copre tutta la nostra metà campo e libera uno dei loro centrocampisti dai piedi un po’ meno buoni. Vialli, che ha già la stoffa del commentatore, se ne accorge e lo dice chiaro: «dopo quattro anni di gestione Sacchi siamo tornati alla vecchia ma sempre valida marcatura a uomo.»


La partita si mantiene sullo stesso registro fino alla fine, con il disordinato assedio inglese che si infrange sulla granitica difesa “azzurra”. «Una vittoria all’italiana conclude Vialli», «preferisco vincere 1-0 così che pareggiare giocando bene» rintuzza Bulgarelli. «Sono soddisfattissimo» è la prima dichiarazione di Cesare Maldini, che glissa sui maliziosi apprezzamenti per la prestazione di Dino Baggio. Poco gioco ma 3 punti a Wembley e la sensazione di essere tornati a fare quello che sappiamo fare meglio. Cesare ci ha fatti tutti contenti, almeno per una notte.

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venerdì 13 novembre 2015

Perché Italia 90, pur non piacendo a tutti, rimarrà sempre un Mondiale speciale

[Come apparivano le nostre città durante Italia 90? Che aria si respirava quelle’estate? L’atmosfera era veramente così speciale come si racconta? E soprattutto, le notti erano davvero magiche? Tutte domande che mi sono sempre chiesto e alle quali, per ragioni anagrafiche, non ho mai saputo rispondere. A sanare i miei dubbi però c’è la giornalista Amy Lawrence che, oltre alla consueta dose di nostalgia di cui Ángulo Inverso è sempre alla ricerca, in questo articolo del Guardian ci restituisce anche lo sguardo di una ragazza straniera piombata nel bel mezzo di quell'"estate italiana" di 25 anni fa. La sua prospettiva inoltre è quello di un movimento calcistico, quello inglese, all'epoca alle prese con un momento particolarmente difficile e che, come spiegato bene nel documentario Gazza's Tears, proprio in Italia getterà le basi della sua rinascita targata Premier League.]

  
A 25 anni dalle lacrime di Gazza, da Pavarotti, Totò Schillaci, World in Motion e dalla gioia del Camerun, la memoria di un torneo capace di definire un'epoca e che ci ricorda di quando anche la Coppa del Mondo era qualcosa di più piccolo e più semplice.

Per gli amanti del calcio di una certa età, quel brano non è soltanto facile da individuare in un secondo ma porta anche con sé la capacità di trasportarti indietro nel tempo, un quarto di secolo in un battito di cuore. Ancor prima che Pavarotti gonfi i suoi polmoni, come la cadenzata melodia del coro del Nessun Dorma inizia a crescere, ci troviamo scaraventati, attraverso un viaggio musical-temporale, nel bel mezzo di Italia 90.
Alcuni critici di oggi faticano a trovare qualcosa di particolare in quella Coppa del Mondo. Per i puristi mancava del dovuto sfarzo, le difese erano arcigne e la finale sapeva più di una scorbutica resa dei conti. Valutare Italia 90 solo in base a questi parametri significa però non vedere tutte le virtù che le hanno dato significato. Sarebbe esagerato dire che tutto quello che ho imparato della vita l'ho imparato da quei Mondiali, ma se i ragazzi che hanno vissuto Italia 90 non ammettessero il carattere trasformativo di quel mese, potrei considerare l'ipotesi di mangiare il mio cappellino col Ciao. (Quella comunque era veramente una mascot stilosa, un omino stilizzato con i colori della bandiera e un pallone come testa).

Potrebbe non essere stato neanche un Mondiale di grandi partite, ma fu una Mondiale di storie memorabili ed emozioni epiche: Roger Milla scosse le sue anche trentottenni sulla bandierina, per se stesso, per l'Africa, per tutti i vecchi che non smettono di credere all'incredibile. Totò Schillaci, malconcio per i colpi subiti, volò via con i suoi occhi spiritati, quasi sul punto di uscire dalle orbite, e divenne un improbabile eroe. Frank Rijkaard e Rudi Völler, intreccati in un fandango a base di sputi e cartellini rossi. David O'Leary che mise in ghiaccio le gambe prima di segnare un rigore leggendario. Gazza, come tutti sanno, pianse, ma la scena fu ancora più profonda con lo sguardo che Gary Lineker lanciò a Bobby Robson. L'Italia pianse, sconfitta in semifinale dall'Argentina a Napoli, città di adozione di Maradona.

In finale, parafrasando la famosa frase di Lineker, 22 uomini diedero la caccia a un pallone (divennero 20 dopo due cartellini rossi) e alla fine vinsero i tedeschi. Franz Beckenbauer entrò nello speciale club dei vincitori sia in veste di calciatore che allenatore.

Ma c'è un quadro più ampio, che va oltre le storie ricamate sul terreno di gioco. Italia 90 fu il ponte tra i Mondiali vecchio stile e quelli dei giorni nostri. Quattro anni più tardi la FIFA iniziò ad allungare i suoi tentacoli, portando lo spettacolo in territori dove il calcio era meno radicato. Dal momento della partenza dallo Stadio Olimpico di Roma, con le mani di Lothar Matthäus attorno al trofeo, tre dei successivi sei Mondiali si sono tenuti lontano da sedi tradizionali: USA 94, Giappone/Corea 2002, Sudafrica 2010 (alternati a tre storici paesi calcistici come Francia, Germania e Brasile). Se teniamo conto delle prossime competizioni, previste in Russia nel 2018 e in Qatar nel 2022, questa tendenza verso i mercati in via di sviluppo avrà sempre più peso.
Il CT inglese Bobby Robson posa con il celebre Ciao.
Italia 90 ebbe luogo in un'epoca in cui assistere a una Coppa del Mondo non era un'idea così folle e impegnativa per un tifoso di calcio. Non c'era nozione di spropositati rialzi dei prezzi di hotel e ristoranti per spennare i visitatori. Cercando bene, i biglietti si attestavano ancora sui valori nominali nella maggior parte delle città, questo almeno durante la fase a gironi. Per le strade circolavano nomi di negozi e bar che vendevano i biglietti fino alla vigilia della partita. Non c'erano fan parks, tutto era improvvisato, nel bene e nel male. L'idea di un gruppo di scommettitori che con dei cappelli da baseball marcia al seguito di una bella ragazza che alza un cartello con il nome di una multinazionale in un villaggio di tende non sarebbe andata molto lontano. E poi quel pubblico non sarebbe stato comunque molto interessato a una partita di calcio.

Una confessione: conservo ancora per Italia 90 lo stesso amore cieco che mi colpì allora. Avevo 18 anni e sarebbe stato più che eccitante per chiunque l'avesse vissuta come prima esperienza ad un Mondiale. Fortunatamente per me, non solo ero nel momento giusto della vita per pianificare il mio mese in base alle partite, ero anche grande abbastanza e, dopo gli esami, avevo sufficiente tempo libero per partire. La decisione fu spontanea, presa nel mezzo dell'eccitazione della gara di apertura che vidi in televisione con una coppia di amici, Nick e Paul.

Camerun-Argentina fu soprannomninata il "Miracolo di Milano". Significativo di com'erano visti i giocatori africani fu il modo in cui il commentatore della BBC li descrisse, un modo il cui paternalismo, che oggi appare evidente, allora non era intenzionale: «happy go lucky fellows». Quei ragazzi furono abbastanza bravi non solo da competere con l'Argentina campione in carica, ma da batterla.

Dopo il fischio finale, che sancì uno dei risultati più sorprendenti di tutti i Mondiali, ci guardammo con lo stesso pensiero nello stesso momento: «andiamo!»

Dopo una breve consultazione del programma per vedere chi giocava dove e quale sarebbe stato il miglior posto dove andare, armati di un centinaio di sterline e di un sacco a pelo, le destinazioni designate furono Genova e Torino. Un gruppo fantastico, con Brasile, Svezia, Scozia e Costarica; fu una grande attrazione, così come il fatto di trovarsi a distanza dall'Inghilterra, con base in Sardegna. Volevamo goderci la Coppa del Mondo come tifosi pacifici, senza che la cattiva reputazione [degli hooligans ndr] seguisse ogni nostro passo.

Con quell'ombra che ogni inglese amante del calcio si trova in imbarazzo a descrivere, c'è un altro motivo per cui Italia 90 ha significato così tanto. Infatti forse questa è parte della spiegazione per cui questo Mondiale in Inghilterra è considerato così importante rispetto a quanto è avvenuto negli altri paesi.

Dio solo sa quanto il calcio inglese avesse bisogno di un torneo internazionale per sanare le sue ferite, per riabilitare la brutta reputazione che si era creato nel resto d'Europa, con le tragedie dell'Heysel e di Hillsborough, che allora non godevano ancora del lusso della verità emersa negli ultimi anni, così vicine alla nostra mente e al nostro cuore.

Pete Davies, l'autore del magnifico resoconto All played out, ha riassunto l'atmosfera del tempo in una recente intervista su Esquire Magazine. «Il modo in cui è oggi il gioco deriva in gran parte dalla trasformazione portata da Italia 90. Prima di Italia 90 il calcio in Inghilterra era percepito come qualcosa di squallido, dominato dagli hooligans, un imbarazzante concentrato di violenza. La nostra squadra faceva schifo, i nostri tifosi erano peggio e non si parlava di queste cose a cena.»

Ci dirigemmo in treno e traghetto a Genova, lontano da dove ci si sarebbe aspettata la folla scatenata. Ci fermammo a Torino, sede della partita d'esordio del Brasile contro la Svezia. Poi a Genova, per assistere alla sorpresa della Costarica sulla Scozia, prima che la squadra di Andy Roxburgh si prendesse la rivincita eliminando la Svezia.

La giornalista Amy Lawrence con un tifoso svedese.
Non c'erano abbastanza alloggi per i numerosi viandanti che scelsero Genova come campo base. Le autorità cittadine decisero che la cosa più sensata da fare era quella di tenere raggruppati i tifosi, così fummo invitati a dormire alla stazione ferroviaria. La routine giornaliera era grossomodo questa: alle 6 del mattino, prima che i pendolari avessero la sfortuna di attraversare una serie di corpi comatosi in direzione del luogo di lavoro, la polizia, gentilmente, ci svegliava dal nostro torpore, raccoglievamo i nostri sacchi a pelo, li lasciavamo nel deposito bagagli e utilizzavamo le docce della stazione per lavarci. Chi non trovava posto in stazione finiva a lavarsi e a rasarsi nella fontana al centro della bellissima Piazza De Ferrari.

A riempire le giornate c'erano continue partitelle improvvisate in piazza (c'era un ragazzino del posto che passava tutto il tempo a impersonare Roberto Donadoni), la ricerca dei biglietti, le partite viste nei café, le strategie per aggirare i divieti sull'alcol, l'ospitalità dei genovesi che portavano fuori i loro bambini per fotografarli insieme ai colorati visitatori e invitavano i tifosi a casa propria offrendo enormi piatti di pasta.

Era un perfetto esempio di uno slogan che sarà più tardi "bastardizzato" dalla FIFA, questa era la "famglia del calcio", dove chiunque, da qualunque posto, era invitato per una grande festa. Le sere diventavano più rumorose, con le tre nazionalità maggiormente presenti in città, gli svedesi, gli scozzesi e gli italiani, che si univano gli uni alle canzoni degli altri.

Il giorno di Scozia-Svezia si sparse la voce che un gruppo di suonatori di cornamusa, in abito tradizionale nonostante il caldo soffocante, avrebbe marciato per la città fino allo Stadio Luigi Ferraris. Migliaia di persone in kilt e con elmi vichinghi si mischiarono seguendo la musica e ballando verso lo stadio.

Tornando all'Inghilterra, il cammino della squadra e l'assenza dei problemi di sicurezza tanto temuti furono una grossa parte del cambiamento radicale che il nostro calcio stava attraversando dopo l'Heysel e Hillsborough. Quelli che erano soliti deridere il gioco, abituati a vedere solo bruttezza, si trovarono inaspettatamente spiazzati. Gascoigne, quel matto che giocava in modo così spontaneo e che mostrava così apertamente le proprie emozioni catturando l'immaginazione del pubblico, presentò un'immagine molto diversa del calcio inglese.

Nelle stagioni seguenti, con gli stadi riadattati per rispondere ai requisiti che imponevano solo posti a sedere, il libro Febbre a novanta di Nick Hornby fu espressione della condizione dei tifosi, le restrizioni sui giocatori stranieri furono allentate aprendo le porte ai talenti di tutto il mondo, con la nuova denominazione "Premier League" e l'arrivo di Sky il calcio divenne più affascinante, più accogliente.

La finale per il terzo posto, giocata da due squadre deluse come Italia e Inghilterra, finì in modo edificante. Dopo che le medaglie furono consegnate, i giocatori posarono fianco a fianco, tenendo in mano dei mazzi di fiori e condividendo l'inchino finale. Fu un momento importante, la costruzione di un ponte di amicizia e rispetto solo cinque anni dopo l'incubo dell'Heysel.

Per tutto quello che Italia 90 ha significato per il calcio inglese, per gli italiani, organizzatori senza lieto fine, per i camerunensi, che speravano di aver compiuto un passo decisivo per tutto il calcio africano, ci sono anche altri paesi per i quali questa Coppa del Mondo è ancora importante. Quattro paesi non sarebbero stati più gli stessi. Fu l'ultimo Mondiale a cui parteicpò la Germania Occidentale (la riunificazione avvenne qualche mese dopo in quello stesso anno). La Jugoslavia iniziò a frammentarsi nel 1991. La Cecoslovacchia si divise nel 1992. Questo torneo fu l'ultima apparizione dell'Unione Sovietica, dato che ai successivi Europei il suo posto fu preso dalla CIS (Comunità degli Stati Indipendenti), che di fatto corrispondeva alla Russia.

Forse non fu il Mondiale più bello di sempre e molti brasiliani e olandesi non avranno dubbi, visto che la loro fama di esteti del calcio non ebbe modo di rivelarsi. Le statistiche non sono positive, il minor numero di goal a partita nella storia della competizione e il maggior numero di cartellini rossi fino a quel momento.

Tuttavia fu così importante. Se qualcuno ha da obiettare sulla salsa di Roberto Baggio nel mezzo della difesa della Cecoslovacchia o sul capolavoro di Dragan Stojkovic contro la Spagna, si ascolti World in motion dei New Order, che ammiri la reazione al goal di François Omam-Biyik nella partita di apertura insieme alla follia di Benjamin Massing che abbatte il galoppante Claudio Caniggia durante il "Miracolo di Milano", si legga All played out e coroni il tutto con Nessun Dorma.

Che lui stesso canti con immenso "gusto italiano": Vincerò! Vinceeeerò!

Di Amy Lawrence

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