domenica 2 ottobre 2016

A kind of magic

Dopo un settembre ricco di anniversari, con i 40 anni di Ronaldo, Totti e Shevchenko, tutti corteggiati se non acquistati dal fresco ottantenne Silvio Berlusconi, oggi celebriamo i 50 anni di un altro pezzo da novanta della nostalgia: "King" George Weah.


Che cosa invidia a Berlusconi?
Weah.
(Walter Veltroni)

Doveva essere uno di quei salotti televisivi dove si parla di calciomercato: «l'anno prossimo il Milan compra Weah». "Ueà", un nome a cui non sapevo dare un volto ma il cui insolito suono, composto da sole vocali, bastava ad evocare un eroe mitico proveniente da terre lontane. Una sorta di Re Scorpione, solo che al posto della potenza pesante e brutale di The Rock c'era quella leggera e felina di un uomo che, prima ancora che vincere le partite sul piano tecnico, le aveva già vinte su quello atletico. Orizzontale o verticale poco importava, se la palla era a terra le sue serpentine sul prato verde lasciavano la scia come un motoscafo con motore Yamaha in mezzo a un nugulo di pattini a Marina di Ravenna. Se la palla era alta prendeva l'ascensore, spesso raccogliendo rimbalzi improbabili, e mentre i difensori si chiedevano quale fossero portata massima e ditta costruttrice, lui aveva già messo in rete. Questo era George Weah.

Giocava ancora nel PSG e imparai a riconoscerlo grazie alle supersfide di Guida al campionato, quelle con A kind of magic dei Queen in sottofondo, roba che solo a scriverla mi sale il magone. Velocità, dribbling, colpo di testa, senso del goal, non so dire con precisione chi assegnasse i voti, probabilmente Maurizio Mosca e Giorgio Chinaglia, in quegli anni ospiti fissi di Sandro Piccinini. Quella domenica, all'ora di pranzo, a Weah misero di fronte Cantona, altro nome caldo del mercato, o almeno questo è quello che ricordo. Fecero vedere i goal contro lo Spartak Mosca, quello contro il Real Madrid, non riproposero il vertiginoso stacco aereo contro il Barcellona perché finì sulla traversa, so per certo che fecero vedere lo slalom contro il Bayern.

23 novembre 1994: Weah tira giù l'Olympiastadion.

Pochi giorni dopo il Milan si sarebbe giocato la semifinale di Champions League contro il PSG e gli occhi di tutti erano puntati su Weah. La grande attesa si concluse con un nulla di fatto, il Milan passò agevolmente sia a Parigi che a San Siro e Weah non fece molto di più che abbozzare qualche cavalcata, sempre smorzata dalla pressione di Baresi, dal recupero di Maldini o dall'anticipo di Filippo Galli. Solo alla fine della partita di ritorno si potè vedere uno sprazzo del Weah che l'anno seguente tutti speravano di poter ammirare in Italia.

Nel 1995, quando Weah sbarca a Milano e vince il Pallone d'Oro, ha 29 anni, è all'apice della carriera, e la maturità acquisita in quasi un decennio di calcio europeo è supportata da una forma fisica perfetta, straripante se consideriamo il livello medio dell'epoca. Per certi versi la sua fisicità lo proietta di qualche anno in avanti rispetto ai suoi simili, di cui appare un prototipo potenziato. Il paragone con il "Fenomeno" è presto servito. Pur tecnicamente dotatissimo, "King George" era meno prolifico e forse non aveva il talento cristallino di Ronaldo, rispetto al quale però, un po' sfacciatamente, mi azzardo a dire che avesse un killer instinct sotto porta anche maggiore. Il colpo di testa, specialità della casa, era decisamente migliore, la coordinazione eccezionale e i mezzi fisici... beh, non me la sento di dire che Weah fosse meno dotato fisicamente di chicchessia. Ai brucianti scatti del brasiliano, ai segmenti secchi che disegnava sul campo, Weah contrapponeva un gioco più "rotondo", fatto di accelerazioni feline e di linee sinuose che andavano ad intrecciarsi con le traiettorie dei filtranti di Savicevic, degli inserimenti di Simone e a quelle dei difensori avversari, che amava aggirare dal fianco. Se Ronaldo sembrava annunciare più o meno consapevolmente l'avvento di una nuova era, ai miei occhi di bambino Weah apparve come il primo supereroe prestato al calcio, a kind of magic.


Quella magia, che nel primo anno al Milan finì diluita nella concretezza di 11 goal e nello Scudetto, si manifestò in un sol colpo l'8 settembre 1996 contro il Verona, nel famoso coast to coast che tutti salutano ancora come il goal più bello di Weah. Non so se fu il più bello, i fortunosi rimpalli a centrocampo di certo ci misero del loro, ma quello sprint palla al piede sembrò il compimento di quello che era stato George Weah fino ad allora e che i più attenti forse intravidero una sera di un anno e mezzo prima, sempre a San Siro.

19 aprile 1995: il magro antipasto offerto da Weah ai suoi prossimi tifosi.

Un giocatore che non aveva bisogno di toccare la palla più di un paio di volte: lo scatto, il pallone che supera il difensore, le poderose leve che sospingono la progressione nel mezzo della savana, ma anche un'estrema elasticità e una rapidità di piedi che all'occorrenza gli permetteva di far sparire il pallone prima di farlo riapparire sull'esterno destro, pronto per essere accompagnato in rete. Ecco, nel coast to coast c'è tutto Weah, ci sono le prodezze che faceva in Champions con il PSG, le zampate che piazzava ai tempi del Monaco, i goal segnati contro la Lazio e la Roma e un pizzico di confusa follia che faceva pendant con la sua andatura dinoccolata. Nel coast to coast c'è tutto, e anche di più. 


Coppa d'Africa 1996: Zaire-Liberia, in diretta, su TMC.
George Weah infatti non si esaurisce sul campo da calcio, c'è una parte di lui che va oltre la sua stessa carriera di calciatore, ci sono il «ciao a tutti belli e brutti», il «magna magna generale» e la carica mistica di ambasciatore d'Africa che gli vale tuttora uno status di semidio e che in Liberia per poco non lo ha fatto Presidente della Repubblica. Bisogna dirlo, Weah è stato il primo giocatore che ha fatto digerire ai nostri delicati stomaci eurocentrici il concetto stesso di "calciatore africano". Non solo attrazioni da luna park, bestie rare da ammirare nel tempo di un safari, menestrelli buoni per lo spettacolo di contorno, George Weah fu il primo che seppe uscire dal recinto di folklore che prima e dopo di lui tenne imprigionati ottimi giocatori come Roger Milla e Jay-Jay Okocha. Il Milan sdoganò l'idea che sì, si poteva lottare per i massimi obiettivi avendo come punta di diamante un calciatore africano. Grazie a Weah il nostro sguardo si trattenne un po' più a lungo del solito su un calcio da sempre visto con sufficienza se non con scherno. Il suo Pallone d'Oro contribuì a rendere l'Africa di moda, buona sui campi di calcio come per pubblicizzare una linea di bagnoschiuma. Fu praticamente solo per attirare gli spettatori rimasti orfani dei suoi colpi che nel gennaio 1996 Cecchi Gori acquistò i diritti della Coppa d'Africa. Il calcio africano gli deve molto, non solo i suoi compagni di Nazionale, a cui George pagava di tasca propria le trasferte, ma anche campioni ben più ricchi e famosi di lui, gente come Eto'o e Drogba a cui Weah, come era solito fare in campo, ha aperto un varco, dando una spallata a pregiudizi duri a morire.

Tutto bene?

Finisco di scrivere questo pezzo che è domenica pomeriggio, sui campi italiani si stanno giocando una manciata di partite di cui, onestamente, mi frega poco. È il 2 ottobre e ieri hai compiuto 50 anni. Auguri "King George".

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