giovedì 17 novembre 2016

Caro Maestro/I

Non molti ci avranno fatto caso, soprattutto da questa parte dell'oceano, ma l'anno che sta per concludersi è stato il decimo consecutivo di Oscar Washington Tabarez sulla panchina dell'Uruguay. Questa serie di post che vado ad inauguarare è dedicata a lui, ai suoi 40 anni di carriera, agli infiniti aneddoti che hanno costellato la sua vita e che hanno fatto di lui semplicemente El Maestro.


Fischio finale, Cile 3 Uruguay 1. I rossi fanno festa, in campo ci si scambia qualche maglia, una pacca sulla spalla tra compagni di club. L'allenatore del Cile Juan Antonio Pizzi si alza, rimuginando sulle ovvietà che dovrà dire ai giornalisti nel dopo-partita. Sulla panchina dell'Uruguay invece c'è un signore anziano che ripone gli occhiali nel fodero, borbotta qualcosa e se ne sta lì, seduto, aggrappato alla sua stampella, in attesa forse che qualcuno lo aiuti a salire in sella al suo scooterino. È Oscar Washington Tabarez che, alle prese con una neuropatia che da mesi ne sta mettendo a dura prova le capacità fisiche, la scorsa notte ha festeggiato le 173 presenze alla guida dell'Uruguay. Un record a livello di Nazionali, fatto di 139 panchine consecutive dal 2006 ad oggi, che sommate alle 34 accumulate alla fine degli anni Ottanta ne fanno il CT con più presenze nella storia del calcio. Un record di costanza e longevità che in questa biopic da fiction RAI facciamo partire dalla notte del 25 giugno 1990, una notte magica.

Roma, Stadio Olimpico, ore 21:00. È un caldo lunedì sera, reso ancora più afoso dai riflettori che inondano di luce il terreno di gioco dove due uomini sanno fin troppo bene come il loro Mondiale potrebbe finire la notte stessa. Da una parte il nostro Vicini, il paterno tecnico di Coverciano alle prese con il malumore di Vialli e Carnevale e la contemporanea esplosione degli outsider Schillaci e Baggio. A pochi metri dalla sua area tecnica invece siede quello che tutti chiamano El Maestro: completo grigio, cravatta e una perenne smorfia che gli disegna sul volto un sorriso sofferente. Ma Tabarez chi è veramente? Come è arrivato quella sera a giocarsi il traguardo di una vita, all'Olimpico, a Roma, il centro del mondo in quell’estate italiana? Ma soprattutto, come riesce a scaldare ancora, nel 2016, la stessa panchina che occupava nel 1988, quando i portieri ricevevano ancora i retropassaggi con le mani?!

El Maestro è chiamato così non solo per l’autorità che ormai gli è riconosciuta nella storia del calcio uruguayano ma anche perché maestro lo era davvero, maestro elementare per la precisione, un mestiere che per qualche anno Oscar riuscì a conciliare con la carriera da calciatore. A cavallo degli anni Sessanta e Settanta il giovane Tabarez è un poco promettente difensore della IASA (Institucion Atletica Sud America), piccola squadra di Montevideo abituata a salire e scendere dalla prima divisione. Nel 1968 ha l'onore di affrontare il grande Alcides Ghiggia, l'eroe del Maracanazo che, ormai ultraquarantenne, ha scelto di raccogliere gli ultimi applausi girando il Paese tra le fila del Danubio. Nel frattempo Tabarez, forse consapevole del suo non immenso talento, continua a studiare. Nel 1971 consegue la Laurea in Magistero all'Università di Montevideo che lo abilita all'insegnamento, la professione che eserciterà nelle scuole elementari di Villa del Cerro. Il Cerro, com'è chiamato abitualmente, è un barrio sorto nell'Ottocento sul lato occidentale della baia su cui si apre la capitale uruguayana per accogliere le migliaia di immigrati in arrivo dall'Europa. Sono i rumori e gli odori di questo quartiere popolare che Tabarez porta con sé lungo tutta la sua carriera, una carriera anonima, passata tra squadre di mezza classifica e a cui i problemi alle ginocchia che lo accompagnano tuttora hanno messo fine a soli 32 anni.

Nel 1980 la sua ultima squadra, il Bella Vista di Montevideo, gli dà fiducia. Qui Tabarez fa la conoscenza di José Herrera, El Profesor o, com'è noto ai più, El Profe, ovvero il preparatore atletico che lo accompagnerà per il resto della sua carriera. Tempo tre anni e la Federazione decide di affidare a quel giovane allenatore l’Under 20. Un antipasto con la “Celeste” di appena un anno, giusto il tempo di vincere i Giochi Panamericani e salutare. Ad aspettarlo infatti c’è il Danubio, dove Tabarez fa la conoscenza di un ragazzino che anni dopo troverà “un certo” spazio nel suo Uruguay: Ruben Sosa. Seguono un secondo e un quarto posto alla guida dei Wanderers, dove allena due dei suoi futuri collaboratori più stretti, Celso Otero e Mario Rebollo, infine arriva la grande occasione: il Peñarol.

Il clan Tabarez. Da destra: El Profe, Mario Rebollo, El Maestro, Celso Otero.

A fronte di un deludente ottavo posto in patria, Tabarez compie il suo capolavoro sul palcoscenico continentale dove conquista al primo colpo la Coppa Libertadores. È una finale interminabile quella che si consuma in tre atti tra Peñarol e America Cali. Una vittoria per parte, senza goal in trasferta che valgono doppio e aggregate, costringono le due squadre ad affrontarsi nella bella, da giocarsi in campo neutro a Santiago del Cile. La partita è abbastanza equilibrata, anche se il Peñarol meriterebbe il vantaggio dopo un bel goal annullato per fuorigioco e un rigore netto negato dall’arbitro. Dopo quasi 120 minuti il risultato è ancora bloccato sullo 0-0 quando nell’area dei colombiani piove un pallone che l’attaccante Jorge Cabrera addomestica e con il tacco scarica dietro per un compagno che tira a fil di palo. Lo storico commentatore uruguayano Carlos Muñoz accompagna il tutto con: «bomba, bomba, bomba, ahi ahi ahi!» Un’ottima suoneria per tutti i tifosi del Peñarol. Quando sembra tutto finito e gli allenatori pensano già alla lista dei rigoristi, Diego Aguirre scarta due uomini e raggiunge il limite dell’area dell’America, dove piazza un sinistro a incrociare che batte Falcioni.

Tabarez ha già un piede nella storia del calcio uruguayano. È il 1987, sembra il 1977. Ecco, osservare le immagini di quella finale credo sia il modo migliore per cogliere come Tabarez sia riuscito veramente ad attraversare il tempo. Arbitro e guardalinee vestono di un nero rigoroso, in mezzo ai cartelloni pubblicitari si legge ancora “Polaroid”, l’America è in campo con Julio Falcioni e Ricardo Gareca, che chi conosce un minimo il calcio sudamericano sa essere stimati allenatori sulla sessantina, infine e soprattutto, questo qui sotto è il portiere del Peñarol.

Frank Zappa arriva a Montevideo durante il tour mondiale del 1977.

Sono dettagli che scavano una distanza insormontabile tra il nostro presente in HD e i baffi di Eduardo Pereira, insormontabile per tutti, ma non per El Maestro. Pochi mesi dopo, sotto la neve di Tokyo, sfiora la Coppa Intercontinentale, fermato solo da un goal di Madjer ai supplementari... Madjer, che giocava con Juary, giusto per ribadire da quale epoca proviene Tabarez. Ancora fresco del successo in Libertadores, arriva comunque una nuova chiamata dalla Federazione. C’è un Sudamericano Sub-20 da giocare e una qualificazione al successivo Mondiale di categoria da guadagnare. Il quarto posto finale non basterà a Tabarez per portare i suoi ragazzi a giocarsi la fase finale in Cile ma convincerà ugualmente i vertici del calcio uruguayano ad affidargli le redini della "Celeste", quella vera, quella due volte campione del mondo, quella che a Italia 90 non può fallire.

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